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Dopo i subprime si addensano le nubi sulle carte di credito

04/11/2008
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Fino a oggi è stata solo una preoccupazione che ha attanagliato gli addetti ai lavori, ma con le parole del presidente dell'Eurogruppo, Jean Claude Junker, i problemi legati alle carte di credito diventano sempre più concreti. All'orizzonte, dopo la bolla dei subprime, sembra dunque esserci quella del denaro di plastica.

In un'audizione al Parlamento europeo, Junker ha dichiarato che "dobbiamo prendere molto seriamente questo rischio, specialmente negli Stati Uniti". La vicenda è molto delicata se si pensa alle cifre in gioco. Negli Usa ogni cittadino ha mediamente 8.200 dollari di debiti accumulati con questo strumento.

Per quanto concerne l'Italia la situazione dovrebbe essere migliore. A sostenere questa tesi arriva anche il commento del ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, secondo cui "l'impatto di una eventuale crisi specifica nel settore delle carte di credito, secondo le autorità italiane, non sarà consistente''.

Oltre al minor utilizzo vi sono da considerare le diversità tecniche di utilizzo di questi strumenti. Mentre in Italia sono maggiormente diffuse le carte che vengono saldate ogni mese per le spese sostenute nei trenta giorni precedenti, in America sono di gran lunga più popolari le carte cosiddette revolving.

Queste ultime, in buona sostanza, corrispondono all’erogazione di una linea di credito che prevede un meccanismo di rientro molto diluito nel tempo. In cambio le società che emettono le carte fissano tassi di interesse molto elevati. L'eventuale scoppio strutturale di questo strumento sarebbe peraltro la diretta conseguenza della crisi di liquidità che sta attanagliando la finanza mondiale.

Nella fattispecie, secondo le statistiche diffuse dalla Fed, le banche statunitensi stanno stringendo i rubinetti del credito in seguito all'outlook economico incerto. Gli istituti hanno posto vincoli più elevati  sia sul fronte delle carte di credito sia su quello dei prestiti ai consumatori. A riprova di questo, i tassi d'interesse richiesti sulle passività sono passati da un soglia media compresa tra il 6-8% all'attuale 24-26%.

Secondo quanto riportato dalla stampa a stelle e strisce nei giorni scorsi i finanziatori del sistema del consumo a credito statunitense avrebbero già registrato svalutazioni da 21 miliardi di dollari relative al primo semestre 2008. Inoltre, si potrebbero perdere nel settore ulteriori 55 miliardi di dollari nel corso del prossimo anno e mezzo a causa del licenziamento di decine di migliaia di lavoratori e delle conseguenti insolvenze.

Tra i big del credito, a rischiare maggiormente sarebbe Bank of America. La prima banca commerciale americana ha registrato una perdita nella propria divisione delle carte di credito, per la prima volta dal 2006, a causa delle numerose insolvenze dovute alla crisi finanziaria. La divisione carte di credito, nel solo terzo trimestre, ha perso 373 milioni di dollari contro un utile di 1,04 miliardi nello stesso periodo del 2007. Il 47% del calo dell'utile operativo è stato imputato a insolvenze sulle carte di credito e sui mutui ipotecari.

E la preoccupazione viene espressa anche da Moody's. Per l'agenzia di rating gli emittenti di carte di credito si trovano di fronte a un periodo "eccezionalmente difficile" a causa del forte rialzo della disoccupazione, che sta limitando la capacità di molti americani di pagare le rate mensili. Quello che è certo è che da questa bufera finanziaria lo stile di vita americano uscirà profondamente modificato, nel bene e nel male. Con buona pace di tutti.

Riccardo Designori




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